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Tutto ebbe inizio il 20 marzo alle ore 12:30. Una data che resterà per sempre impressa nella mia memoria.

Le prime avvisaglie del Covid a Paverano erano giunte come news alla Castagna. Chiamai subito don Dorino, con cui mi misi d’accordo per rimanere nella nostra casa di Quarto, per dare supporto religioso e spirituale.

Di fretta presi le mie cose al Paverano e mi trasferii: materasso a terra, un comò e un armadio stile vintage Tokio Hotel. Bastava così, non avevo bisogno di null’altro.

In quel momento non sapevo quanto sarebbe durato il mio soggiorno e nemmeno che scenario si sarebbe palesato davanti ai miei occhi.

Ho preso alcune decisioni che mi fecero rileggere tutto il mio servizio nella casa.

Mi resi conto che non bastava più il supporto agli ospiti ma che si aggiungeva anche quello verso il personale.

Lo feci per tutto il periodo attraverso lunghe chiacchierate, portando sorrisi e infondendo forza. I loro animi, provati da pensieri di timore e paura verso questo potente nemico invisibile, traevano conforto dalla mia vicinanza. Le preoccupazioni andavano ai nostri Signori e alla loro famiglia, che li attendeva a casa, la sera.

Decisi di affiancarmi a loro recuperando il mio ruolo di operatore socio sanitario. E così cominciò il mio servizio in alcuni reparti. Quando il Covid entrò e ne provocò la blindatura, sostenni il personale con dolcezza e parole di conforto. Un piccolo gesto, come il portare la colazione la mattina, valeva più di mille parole. Partecipai attivamente alle equipe di gestione, sostenendola nelle scelte e nel delicato momento lavorativo che si trovava a fronteggiare.

Durante i pomeriggi mi trasformai in deejay: la musica riportava un po’ di allegria e leggerezza.

Fantastico è stato il rapporto con le cuoche che, davvero, hanno cercato di contribuire, come potevano, cercando di esaudire i desideri di ognuno.

Per oltre due settimane celebrai la Santa Messa nella vecchia Sacrestia del primo piano della zona San Luigi così che tutti potessero partecipare attraverso la filodiffusione presente nella stanza.

Continuai poi ad offrire sostegno ai nostri Signori e Signore con visite assidue: uno sguardo, una parola di conforto, una preghiera, erano il modo per far sentire la mia vicinanza e per provare a colmare la lontanza dei loro cari.

Ma Personalmente come ho vissuto questo momento?

Con il timore che tutto potesse improvvisamente sfuggire: le parole, gli sguardi delle persone che amo in questa casa. Che potesse sfuggire la vita dei miei familiari in Friuli. Dentro di me ero spaventato di non ritrovare più qualcuno quando questo primo periodo fosse finito. Ho cercato di vivere la responsabilità della mia figura come una presenza viva e non di peso per gli altri. Ho tenuto saldo il mio equilibrio per restituire equilibrio gli altri. Ho chiesto aiuto al Signore. Infinite volte. Sono andato a riscoprire le mie radici cristiane attraverso il silenzio che abitava in me. Ho riportato alla memoria alcuni consigli del mio parroco e della mia gente, di quando ero bambino, più volte mi era stato detto che, davanti a situazioni grandi, l’unica cosa da fare sarebbe stata tirarsi su le maniche e andare avanti. E così ho cercato di fare.

Cosa mi resta?

Tanta stanchezza, soprattutto mentale. La gioia di aver superato la prima fase. La consapevolezza di aver intessuto relazioni profonde, che resteranno vive. Ma, la tristezza per chi non ce l’ha fatta è grande, grandissima… con prudenza e il cuore nelle mani attendo serenamente il domani.

Don Ivan Concolato

 

 

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