11 dicembre: terza domenica di Avvento

Rallegratevi: la liberazione è vicina

Gioia del ritorno in patria, gioia per il recupero della sanità, gioia per la libertà riconquistata: ecco il frutto dell’intervento di Dio che salva. Annunciato dai profeti (prima lettura) come nuovo esodo, il ritorno dall’esilio è visto come un atto della potenza e dell’amore di Dio per il suo popolo rappresentato da un «piccolo resto» di deportati. L’intervento divino per alcuni, forse, non ha corrisposto del tutto alle aspettative. Ma l’annuncio rimane sempre valido, perché proiettato in un tempo in cui sarà pienamente compiuto. Cristo viene come colui che guida l’umanità smarrita, sfiduciata e stanca, nel ritorno a Dio; egli è il capo dei redenti, sulla strada santa dell’obbedienza e della fedeltà. Ma questo ritorno, di fatto, deve esplicitarsi nel corso delle generazioni; la liberazione esige tempo e fatica, e la gioia è piuttosto quella di un traguardo parziale raggiunto che rimanda, nella speranza, alla mèta finale.

Attesa paziente ed operante
Attuale, allora, il richiamo di Giacomo (seconda lettura) alla pazienza e alla perseveranza. Egli si rivolge ai suoi «fratelli» (v. 7), i poveri, per chiedere loro la pazienza nell’attesa della venuta del Signore (vv. 8-1.1).
L’apostolo Giacomo esige da loro la pazienza; non li spinge alla rivolta. La pazienza non è rassegnazione: è frutto dell’amore, è volontà di scoprire l’altro e di aiutarlo in tutti i modi a liberarsi di ciò che lo aliena — compreso il denaro —. Ciò richiede tempo. La pazienza che Giacomo chiede ai suoi fratelli, i poveri, consiste nel misurare i ricchi con la misura del tempo che l’amore impiega ad amare. Almeno l’amore avesse il tempo di amare, prima che l’autodistruzione in cui si inseriscono i ricchi e i potenti non abbia terminato il suo compito!
E’ la pazienza di chi sa che il regno di Dio si costruisce lentamente, anche se i profeti lo intravedono e lo annunciano prossimo.
E quando, come per Giovanni il Battista (vangelo), viene un momento di scoraggiamento, di oscurità e di sospetto («Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attenderne un altro?»), il rimando alla parola di Dio e ai segni che accompagnano la sua presenza efficace basta a restituire fiducia.
Il processo di liberazione dell’uomo dalle sue schiavitù e dai condizionamenti interni ed esterni, rischia di essere fatto perdendo di vista la speranza ultima, tanto sono urgenti i compiti di rivoluzionare le strutture disumanizzanti, di coscientizzare gli uomini e di restituirli alla dignità e all’autonomia di persone.
D’altra parte troppo spesso l’ignavia e l’egoismo dei cristiani oscura e mortifica l’annuncio della liberazione di Gesù, i cui segni sono, oggi, l’impegno verso i poveri, gli emarginati, le minoranze; la difesa dei diritti della coscienza, il condividere realmente la sorte di chi non ha speranza…
Non c’è evangelizzazione che non porti ad una liberazione. Il gioioso annuncio del Cristo liberatore diventa credibile se i suoi messaggeri sanno pagare di persona ed essere testimoni della gioia.

Dio sorgente di gioia
Dio vuole la felicità degli uomini, la loro riuscita.
I cristiani devono sapere che la Buona Novella della salvezza è un messaggio di gioia e di liberazione. In un mondo ricco di possibilità, ma nello stesso tempo in balìa delle contraddizioni e giudicato assurdo da certuni, i cristiani devono comunicare la gioia di cui vivono: una gioia straordinariamente realista e che esprime la certezza, fondata sulla vittoria di Cristo, che nonostante le difficoltà e le apparenti contraddizioni, l’avvenire dell’umanità si sta edificando. Tale è l’impegno del cristiano che la liturgia esprime con un augurio programmatico: «Dio vi renda saldi nella fede, gioiosi nella speranza, operosi nella carità» (benedizione solenne).

La gioia più profonda
Le gioie più spontanee nell’uomo sono quelle recate dalle sicurezze della vita quotidiana, percepite come altrettante benedizioni di Dio: le gioie della vendemmia e della mietitura, la gioia del lavoro ben fatto o della meritata distensione, la gioia di un pasto fraterno, la gioia di una famiglia unita, la gioia dell’amore, di una nascita, le gioie rumorose della festa come pure le gioie intime del cuore. Ma esiste una gioia ancora più profonda: quella di coloro che si fanno poveri dinanzi a Dio ed attendono tutto da lui e dalla fedeltà alla sua legge. Nulla può allora diminuire questa gioia, nemmeno la prova. La gioia di Dio è forza. La gioia della Chiesa nella sua condizione terrestre è la gioia dei tempo di costruzione. La celebrazione eucaristica è il momento privilegiato in cui la comunità locale attinge alla sorgente della vera gioia; ed è in questa prospettiva che i fedeli domandano di poter giungere «a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza» (colletta).

Giovanni è la voce, Cristo la Parola

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo  (Disc. 293, 3; Pl 1328-1329)
Giovanni è la voce. Del Signore invece si dice: «In principio era il Verbo» (Gv 1, 1). Giovanni è la voce che passa, Cristo è il Verbo eterno che era in principio.
Se alla voce togli la parola, che cosa resta? Dove non c’è senso intelligibile, ciò che rimane è semplicemente un vago suono. La voce senza parola colpisce bensì l’udito, ma non edifica il cuore.
Vediamo in proposito qual è il procedimento che si verifica nella sfera della comunicazione del pensiero. Quando penso ciò che devo dire, nel cuore fiorisce subito la parola. Volendo parlare a te, cerco in qual modo posso fare entrare in te quella parola, che si trova dentro di me. Le do suono e così, mediante la voce, parlo a te. Il suono della voce ti reca il contenuto intellettuale della parola e dopo averti rivelato il suo significato svanisce. Ma la parola recata a te dal suono è ormai nel tuo cuore, senza peraltro essersi allontanata dal mio.
Non ti pare, dunque, che il suono stesso che è stato latore della parola ti dica: «Egli deve crescere e io invece diminuire»? (Gv 3, 30). Il suono della voce si è fatto sentire a servizio dell’intelligenza, e poi se n’è andato quasi dicendo: «Questa mia gioia si è compiuta» (Gv 3, 29). Teniamo ben salda la parola, non perdiamo la parola concepita nel cuore.
Vuoi constatare come la voce passa e la divinità del Verbo resta? Dov’è ora il battesimo di Giovanni? Lo impartì e poi se ne andò. Ma il battesimo di Gesù continua ad essere amministrato. Tutti crediamo in Cristo, speriamo la salvezza in Cristo: questo volle significare la voce.
E siccome è difficile distinguere la parola dalla voce, lo stesso Giovanni fu ritenuto il Cristo. La voce fu creduta la Parola; ma la voce si riconobbe tale per non recare danno alla Parola. «Non sono io, disse, il Cristo, né Elia, né il profeta». Gli fu risposto: Ma tu allora chi sei? Io sono, disse, la voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore (cfr. Gv 1, 20-23). Voce di chi grida nel deserto, voce di chi rompe il silenzio.
«Preparate la strada» significa: Io risuono al fine di introdurre Lui nel cuore, ma Lui non si degna di venire dove voglio introdurlo, se non gli preparate la via.
Che significa: Preparate la via, se non: chiedete come si deve? Che significa: Preparate la via, se non: siate umili di cuore? Prendete esempio dal Battista che, scambiato per il Cristo, dice di non essere colui che gli altri credono sia. Si guarda bene dallo sfruttare l’errore degli altri ai fini di una sua affermazione personale. Eppure se avesse detto di essere il Cristo, sarebbe stato facilmente creduto, poiché lo si credeva tale prima ancora che parlasse. Non lo disse, riconoscendo semplicemente quello che era. Precisò le debite differenze. Si mantenne nell’umiltà. Vide giusto dove trovare la salvezza. Comprese di non essere che una lucerna e temette di venire spenta dal vento della superbia.

 

dal sito: https://www.maranatha.it/Festiv2/avvento/avvA3Page.htm