Beniamino

Non so se mi crederete ma il 31 marzo, mentre arzigogolavo sullo scrivere due righe sul mio ultimo amico senza darlo in pasto al mondo, ho ritenuto opportuno accreditarlo d’una simpatia che merita e, al contempo, renderlo veritiero: testimone sicuro il calendario. Premetto che la porta del mio ufficio è sempre aperta, attirando così non solo chi ha bisogno d’una informazione, ma anche di scambiar due parole per passare il tempo, libere e persino senza senso. Una volta ero convinto di lavorare; oggi tendo a considerarmi un nonno assai visitato. Quando transitano a squadre, attirati dalle macchine che erogano bevande ed altre delizie, il bisogno di far emergere la propria voce non è contenibile dal corridoio, e non solo ora, ristretto com’è per lavori in corso, per cui si intrufolano (le voci, mai singole) da me facendosi beffe del telefono e sovente pure dell’immancabile “cliente” occasionale. Un cenno particolare meritano i giovani del Boggiano Pico, costretti a vedermi, poveracci, minimo due volte al giorno: andata e ritorno dalla mensa. C’è chi saluta e va, chi entra a tastare con le dita le riviste in mostra all’ingresso, chi chiede se c’è la posta per il loro reparto. Talvolta mi viene la tentazione di chiedermi qualcosa anch’io.

Battezzato Beniamino, meglio non distrarsi. Un giorno impreciso di non tanto tempo fa entra sto giovane a saggiare il terreno. Una serie di domande, cinque minuti. Ci può stare, se sono mediamente tre volte alla settimana e non frammentati ad arte. Poi i minuti crescono, come natura insegna. Intanto le domande tentano di diventare dialogo, nonostante il mio poderoso impegno di salvarmi. Ma non c’è scampo. Fra le sue mansioni, dice, c’è quella di portare il caffè a qualche ospite. Non è una scusa, perché i caffè in effetti li ha davvero. Provo con la logica. “Il caffè è buono caldo, portalo subito. Poi ritorni e parliamo”. Dice di sì, ma non si sposta d’un millimetro. Probabilmente s’è convinto che il caffè caldo faccia male al pancino, poiché anche al proprio antepone la chiacchiera, se si intende il mio parlare ad altri.

Ho imparato un mucchio di cose del tipo, ad esempio, che ad ogni incontro ci imbattiamo almeno in una decina di “coincidenze”, qualsiasi argomento si tratti, con innata preferenza alla politica: infatti alla richiesta del padre su cosa venisse a fare da me ha confessato “a parlare di politica”, salvando la mia ignoranza sul merito. L’accenno al padre offre lo spunto per terminare questo “sorriso”, lungo ormai quasi quanto i consigli di Beniamino, fortunatamente senza i decibel del suo “vocino” confidente. Chi sono i miei amici? Fino all’altro ieri erano le persone con le quali avevo stabilito un certo contatto, riscontrato una affinità, condiviso qualcosa oltre la simpatia. Oggi ho allargato gli orizzonti grazie a quanto ho appreso da questa vittima che sovente minaccio di espellere dal mio ufficio, talmente serio da suscitare una ilarità esondante il solito limite. I miei amici sono quelli che vengono nel mio ufficio e quelli che conosco. Nel piccolo mondo del Paverano significa tutti. E fa bene saperlo.

Grazie, Beniamino. Anche il Direttore, che pure tenta inutilmente di scalzarti dal mio ufficio, la pensa come te. Infatti, e non faccio la spia perché fra amici le cose vanno dette, quando non ti vede nei tre giorni “sacrificali” (miei), mi chiede se sei passato… . Ma che bella coincidenza!