STORIA DELLE CASE

Camaldoli

Degradando verso il mare, da Camaldoli ci si imbatte nel forte di Santa Tecla, un tempo ideale difesa di Genova: sembra quasi un felino in agguato, pronto a scattare.

Prima di essere un forte, era stata la chiesa di Santa Tecla. Il doge Simon Boccanegra, quattro anni prima di morire, avvelenato da Bernabò Visconti, venne in possesso della zona e cominciò a costruire quella che doveva essere la sua residenza estiva.
Ora è inserita nel complesso dell’ospedale San Martino. Negli anni successivi la zona passò a diversi proprietari, fino a che vi si insediarono i camaldolesi di Toscana che in seguito, per vivere in modo più confacente alla loro vocazione, costruirono poco più sopra una chiesa e otto celle, ognuna delle quali suddivisa in piccoli ambienti, con orto attiguo. La chiesa di Santa Tecla fu trasformata in forte. Nella memorabile insurrezione del 1748, quella del Balilla, per intenderci, gli austriaci battuti cercarono scampo sui monti e assalirono l’eremo camaldolese appiccandovi il fuoco e costringendo i frati a chiedere asilo al sottostante convento di Nostra Signora del Monte. Gli eremiti, passata la tempesta, ritornarono e vi rimasero fino alla successiva rivoluzione, quella francese. Il complesso camaldolese fu ridotto a un bivacco; gli arredi sacri, gli altari, le balaustre, i banchi e quant’altro presero diverse strade e, per fortuna, una buona parte finì nelle chiese e oratori dei dintorni, come la chiesa di San Martino e quella di Bavari.
Durante la prima guerra mondiale, prigionieri austro-ungarici furono adibiti alla costruzione della strada che collega la zona alla città, rendendola di facile accesso, al punto che divenne meta di scampagnate. Infatti, in pochi minuti, dal livello del mare si arriva ai 350 metri di altezza, bastanti per un discreto refrigerio estivo e per il godimento di un panorama invidiabile.
Non per nulla Daniele Chiarella, noto impresario teatrale, adocchiò la zona e concepì il progetto di farne un villaggio ove trascorrere i suoi ultimi anni in mezzo ad artisti e al bel mondo. Aveva infatti regalato una villetta a Ermete Novelli e un’altra a Leopoldo Fregoli. Nessuno però, nemmeno il Chiarella, le abitò. Fu di questi tempi che egli, ancor preso dai suoi sogni, chiese a don Orione di cedergli la casa che Tommaso Canepa aveva donato al prete, sulle alture di Quezzi, confinanti con Camaldoli. Don Orione, rispondendo garbatamente al Chiarella, chiedeva fosse lui a cedergli quel nido di villette, per poter ospitare i suoi poveri e farne un villaggio della carità. Il sogno del Chiarella non si realizzò e di lui rimase soltanto un busto di gesso all’ingresso del castello, e la fisionomia del suo volto in quello di san Giovanni Battista raffigurato dalla statua, a lato del portone della chiesa. In compenso era rimasta in funzione una osteria, meta domenicale dei Genovesi amanti della montagna.
L’11 ottobre 1940, don Orione dal cielo dove era giunto il 12 marzo dello stesso anno vedeva i suoi religiosi prendere possesso del Villaggio della Carità, come lui l’aveva sognato. I Genovesi, in modo particolare le famiglie Lo Faro-Foroni, non potevano infatti lasciare inattuato un progetto così nobile.
Da allora dire Camaldoli significò segnare la prima linea della carità, tanto disparati e gravi erano i soggetti raccolti. Il Santuario del Villaggio è dedicato alla Madonna «Causa nostrae laetitiae». A volte l’estro dei santi è provocatorio. Come fai a parlare di gioia e letizia in mezzo a quel campionario di dolore? Ma è da sempre che Dio sceglie il debole per confondere il forte, l’infelice per donargli sua Madre e ridargli la gioia.
Oltre ad accogliere anziani, menomati fisici e mentali, Camaldoli durante la seconda guerra mondiale divenne rifugio per ricercati politici. Per questa attività finirono in prigione speciale, allora sistemata nel palazzo ducale, tre sacerdoti. Per un certo periodo furono presenti anche gli studenti di teologia, poi sistemati diversamente. Sempre a Camaldoli trovò ospitalità un bel gruppo di tracomatosi, ossia di bimbi colpiti da tracoma, una purulenta infezione agli occhi molto fastidiosa. E infine si deve menzionare una attività per quei tempi di avanguardia: la scuola medico-pedagogica. Si chiamavano “Giuseppini” perché sistemati nel reparto San Giuseppe. Raccontava don Giuseppe Zambarbieri, terzo successore di don Orione, che salendo a Camaldoli con alcuni ospiti rimase colpito perché essi parlando dicevano: «Andiamo a casa… casa nostra… facciamo…» e così di seguito, dando da intendere come sentissero loro proprio l’istituto che li accoglieva. Quel che colpisce a Camaldoli è la serenità e direi la gioia della popolazione del Villaggio. Mentre la rassegnazione ti porta a subire eventi e persone, lì la voglia di vivere porta ad esprimere gratitudine di chi ti vive accanto e fa con te un tratto di strada della tua vita.
La vicenda di Camaldoli, Villaggio della Carità,  sembra un fioretto francescano o, se vogliamo, un fioretto di don Orione. Le cose però si sono snodate seraficamente, ma fino a un certo punto. Don Sterpi, l’immediato successore di don Orione, nell’acquistare quanto rimaneva della proprietà del commendator Chiarella voleva spegnere l’ipoteca alla quale era soggetta per operazioni finanziarie non riuscite bene.
La Provvidenza intervenne nella persona della signora Maria Luisa Foroni Lo Faro che prestò una somma, per quei tempi abbastanza ingente. Don Sterpi si impegnava a restituire il prestito con gli interessi. Dovette essere un bel respiro per lui che così si espresse il 4 settembre 1940 scrivendo al conte Anselmo Lo Faro, nipote della signora: «e come nei nostri cuori, quanto intendono fare a bene del Piccolo Cottolengo rimarrà scritto a caratteri d’oro nella storia dell’umile nostra Congregazione e il loro nome – affidato soprattutto alle suppliche di tanti e tanti fratelli sofferenti – passerà sempre in benedizione. Spero essere prossimamente a Genova e passerò da lei perché sento il bisogno di ripeterle a viva voce questi miei sentimenti di gratitudine. Inoltre si potranno insieme determinare sia il tempo che le altre modalità inerenti al prestito».
Il lato giuridico-legale venne curato dall’amico avvocato Giovanni Revelli. Sempre della famiglia Foroni Lo Faro, il signor Dante lasciò il suo appartamento al Don Orione, col vincolo di usufrutto a favore della sorella Amalia, immobile che il Piccolo Cottolengo permise che per qualche tempo se ne servisse il Lo Faro fino alla morte che avvenne il 20 giugno 1980, quasi a sdebitarsi del favore ricevuto anni prima.
Tra il Villaggio della Carità e la famiglia benefattrice vi fu sempre un legame di amicizia che trovava espressione anche nelle annuali ricorrenze che divenivano provvido pretesto per don Sciaccaluga, stretto collaboratore del Superiore Generale, per ricordare il munifico gesto che aveva permesso all’Opera di don Orione in Camaldoli di avviarsi con serena fiducia.

dal libro:  Le mani della Provvidenza