Don Orione incontra l’Italia (card. G. Canestri)

Ma chi era e come era don Orione che incontra l’Italia?

Italiano. Convinto. Prete.
«A destra della croce di Cristo la bandiera d’Italia», è uno dei suoi razzi fulgidi e folgoranti. Il suo fisico? Il cardinale Montini, arcivescovo di Milano: «Sembra una persona semplice, don Orione, sembra un umile prete di pochi talenti e di poca fortuna; sembra, con quel suo capo grosso, rotondo, direi paesano… un po’ curvo sulle spalle quasi che indicasse una sua timidità… Ma provate ad esplorarlo!». Ci ha provato don Giuseppe De Luca da ammiratore, da prete, da artista e – per dirla nel gergo sportivo – da tifoso: «I suoi occhi facevano luce e le sue parole medicavano; tutta la sua persona vivissima e irrequietissima era nella pace e a baciargli la mano ci si tratteneva come a dissetarsi di questa pace…». E ancora: «Mai mi accade di avvicinare don Orione senza che io provi qualcosa che assomiglia, non so come dire, ai moti d’amore: una meraviglia, un incantamento…».
Don Sparpaglione: «I suoi occhi erano capaci di tutte le espressioni: della bontà, dell’intelligenza, della compassione, dello sdegno, dell’ira… Lui ne conosceva la potenza
e la sfruttava in bene: occhi neri, grandi, luminosi, sorridevano, scrutavano, ammaliavano; uniti alla voce sdegnosa e tonante, fulminavano…».
Eppure don Orione non era ancora tutto lì… C’era un segreto. Il papa Pio XI, da giovane sacerdote – come ospite per qualche giorno – aveva da vicino osservato con curiosità intelligente e con senso pratico ambrosiano le giornate di don Bosco: preghiera e lavoro, lavoro, lavoro e preghiera… ma aveva fatto una scoperta: in qualunque momento della sua giornata don Bosco era sempre “altrove”. Don Orione dal suo grande amico e maestro all’oratorio aveva imparato bene la lezione. Il segreto di don Orione era la santità. Santità vera che operava nella carità, nello zelo e nell’umiltà. Auspice Maria: «Portami, o Vergine benedetta, fra le moltitudini. Sorretto dal tuo braccio potente tutti io porterò a Te». E il largo respiro missionario nel giorno della prima santa messa celebrata per i suoi monelli dell’oratorio: «Preservatemi, o Dio, dalla funesta illusione, dal diabolico inganno che io, prete, debba occuparmi solo di chi viene in chiesa e ai sacramenti».
La bella, la ricca, la marinara, la libera, la superba, e gli aggettivi qualificativi potrebbero continuare. Talvolta, chi sa che ho trascorso otto anni della mia vita come arcivescovo di Genova vuol sapere se era proprio vero che il cardinale Siri fosse un grande e se è vero che i genovesi siano avari…! Alla prima domanda un sì convinto e sincero. Risposta alla seconda domanda: uno sviluppato senso di autoironia induce i genovesi a ridere di sé, inventando e raccontando esilaranti episodi di vita quotidiana all’insegna dell’avarizia. Un gruppetto di amici effettua da Genova una bella gita in Val d’Aosta. Durante l’escursione, sono costretti a rifugiarsi in una baita per ripararsi da una terribile bufera di vento e di neve, la tipica tormenta. Una squadra di soccorso, dopo una mattinata di ricerche senza esito, nota sopra uno sperone di roccia una ennesima baita. Ecco, i soccorritori sono saliti fin lassù. La baita è chiusa. Bussano. Da dentro: «Chi è?». «Siamo la Croce Rossa». Da dentro non solo non aprono, ma risponde qualcuno guardingo con tre parole ben misurate: «Abbiamo già dato!». Il tempo non mi permette di agghindare di fronzoli spassosi il racconto dell’escursione alpina come l’hanno inventata e come l’abbelliscono i genovesi. Eppure, quasi incredibile ma vero, Genova ha aiutato don Orione più di ogni altra città. Ascoltiamolo: «O Genova, città di Maria. Anch’io povero peccatore vorrei morire fra le tue mura perché sei la città di Maria. Lascia, o Genova, che io mi congratuli con te e ti saluti con le storiche parole che rivolgeva a te il grande san Bernardo: “In eterno sarò memore di te, popolo eletto”. Ho girato tanto per l’Italia, ma non ho trovato, e lo dico non per interesse, non per farvi insuperbire, non ho trovato un cuore così largo e generoso come il genovese. Il genovese sarà rude, ma ha un cuore grande, un cuore nobile…». E il grande cardinale Siri, nato e vissuto sempre a Genova a lungo, a lungo arcivescovo della sua città che conosceva come pochi, mi raccontava un episodio di cui era stato testimone de visu a proposito della generosità dei genovesi per don Orione. Una sera il prete di Tortona aveva fatto tardi per ascoltare i suoi benefattori della Lanterna, consolando, confessando, ricevendo come faceva per due giorni la settimana, e correva per arrivare in tempo a prendere il treno per Tortona. Una piccola folla lo inseguiva. «Non credevo ai miei occhi, tutti avevano denari in mano da offrire a don Orione per le sue opere di carità. Mi creda», concludeva il principe Siri, «queste cose non è facile vederle in altre città, ma proprio a Genova…».
Mi piace ricordare ancora la notte di preghiera di don Orione ai piedi della Madonna della Guardia sul monte Figogna, invocando: «Vergine benedetta, Vergine tutta santa…».

Estratto dalla relazione del card. Giovanni Canestri al convegno «Don Orione e il Novecento», tenuto presso la Pontificia Università Lateranense a Roma nel marzo 2002, pubblicata in «30giorni», marzo 2002 e sul web: http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=262

Dal libro: Le Mani  della Provvidenza

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