STORIA DELLE CASE

Il Paverano

La storia del Paverano inizia verso il 1100: fu sede di numerosi ordini religiosi e dal 1118 divenne priorato dei canonici regolari di Santa Croce in Mortara.

Nei cinque secoli seguenti, ospitò i canonici secolari di San Giovanni in Alga, poi il noviziato dei gesuiti e infine i Signori delle Scuole Pie o scolopi. Nel 1656, quando il lazzaretto dell’Artoria non fu più in grado di accogliere gli appestati, l’Istituto Paverano, sotto il commissariato di Sanità di Giovanni Francesco Spinola, supplì alle carenze, grazie anche all’aiuto di molti benefattori. Tra le sue mura vissero personaggi gloriosi, ma nulla poterono contro la furia rivoluzionaria che prese l’avvio in Francia alla fine del 1700.  L’antica chiesa venne ridotta a macerie e l’edificio passò in mani private. Nel 1853 Pietro Bernardo Gambaro elargì una cospicua somma di denaro per garantire un asilo sicuro ai poveri; l’Istituto divenne così un ricovero di mendicità: la «Gazzetta di Genova» dava notizia che alcune anime generose vi avevano accolto «infelici accattoni, che, gementi sotto il peso della miseria, vanno traendo, neghittosi, per le vie della città, una meschina e stentata esistenza». Fu in quegli anni che andò in uso il detto “andà a Pavian” per significare cadere in miseria nera.
Il “Ricovero di mendicità” passava nel 1911 nella nuova sede della Doria e l’amministrazione provinciale destinava il Paverano ad accogliere le “mentecatte”, provenienti dall’ospedale psichiatrico, allora in via Galata, destinato alla demolizione. Al Paverano dispiegarono le loro doti illustri neuropsichiatri come Morselli e Cerletti. Nel 1931 si inaugurava la nuova clinica a San Martino e lo stabile fu messo in vendita.
A quell’epoca, le istituzioni che aveva già fondato a Genova sembravano a don Orione del tutto insufficienti, limitate, anguste, quasi frammentarie: si rendeva conto che il Piccolo Cottolengo avrebbe avuto possibilità di maggior penetrazione e sviluppo nel contesto della carità cittadina se avesse acquistato una sede centrale di spicco per dimensioni e posizione, che divenisse l’anima di un corpo complesso.
Nel maggio del 1929 il viceparroco di Santa Fede, la parrocchia di corso Sardegna, scriveva a don Orione, a nome del parroco mons. Fortunato Cordiglia: «Il 1º luglio il Paverano avrà altra destinazione. Il mio Prevosto e lo stesso Arcivescovo di Genova mons. Minoretti vedrebbero volentieri in quell’Istituto i Figli della Divina Provvidenza».
Don Orione non era insensibile alla proposta di rilevare il Paverano. Pregava e faceva pregare.  Così, un pomeriggio decise una visita alla Madonna della Guardia, sul Figogna.  Il rettore mons. Malfatti, suo grande amico, lo accolse con gioia e lo invitò a fermarsi poiché il mattino seguente anche lui doveva scendere in città.  Don Orione rispose che doveva rientrare e si incamminò giù per la discesa. Quale fu la meraviglia del monsignore quando, il giorno dopo, fece la consueta visita alla cappella dell’Apparizione poco distante dal santuario e vi trovò don Orione che aveva passato la notte in preghiera, per chiedere la grazia di conoscere la volontà di Dio in ordine alle sue opere in Genova.
Fu così che don Orione decise di mettere  sotto pressione gli amici Boggiano Pico, Pippo Gambaro, Angela Solari Queirolo, Alfonso Dufour, l’avv.to Domingo Rapallo, il cav. Enrico Blondet, il conte Agostino Ravano e il rag. Sciaccaluga. Ci voleva un buon “brain trust”, una concentrazione di cervelli per inquadrare il problema e trovare la soluzione ottimale per le parti in causa.  Finalmente l’intesa fu raggiunta. Ma sovrastava il tutto una grande visione di fede quale soltanto un santo poteva avere: «Non ti impressionare per nulla, scriveva a Enrico Sciaccaluga, vada bene o male. Coraggio! Noi serviamo Gesù Cristo nei poveri, e la Chiesa nei suoi poveri. E poi stiamo lieti nel Signore». Dopo vari aggiustamenti si arrivò alla firma dell’accordo.
Don Sciaccaluga, testimone oculare, racconta: «Era la sera dell’8 marzo 1933, nella Casa paterna di Tortona. Fui invitato a scrivere a macchina la lettera di impegno che accompagnava lo schema di accordo. Finii di scrivere ma don Orione non firmò. Mi invitò a portarmela dietro l’indomani mattina, 9 marzo, al Santuario della Guardia dove gli servii la S. Messa. Al termine egli recita uno “speciale” Salve Regina, aggiunge altre preghiere ai santi patroni Pietro e Paolo, al Cottolengo e per le anime dei defunti. Finalmente, sulla mensa stessa dell’altare, ancora vestito dei paramenti sacri, fattosi il segno della croce, appone la firma all’importante documento che per tutta la celebrazione era stato sull’altare». Con questo documento Sciaccaluga torna a Genova.
Il 12 marzo il preside Gardini tiene una relazione al Rettorato della città: «A Genova tutti conoscono ed apprezzano quella eccellente creazione della Piccola Opera, che risponde al nome di “Piccolo Cottolengo” – egli dice, e continua – nessuna sorte più degna poteva dunque toccare al vecchio Istituto di Paverano, che quella di ritornare al patrimonio dei poveri».  Il Rettorato ascolta compiaciuto e approva.  Il 13 marzo 1933 viene firmato l’accordo e don Orione versa la prima rata; il 15 marzo la seconda rata.  Da notare che siamo nel pieno della novena di San Giuseppe. Fu in questa occasione che il tesoriere sollevò delle obiezioni data l’ora, per prendere in consegna la notevole somma che don Orione andava a pescare nelle profonde saccocce della veste.  Poi, squadrandolo ben bene, comprese che se non l’avesse presa al volo, avrebbe dovuto sospirarla per un po’ perché avrebbe trovato subito un’altra destinazione similare.
Raccontando l’avvenimento ai suoi chierici don Orione diceva divertito: «Tutti gli anni San Giuseppe ci viene a trovare con qualche grazia. Lo scorso anno mi ha fatto la grazia di farmi ammalare (tutti ridono). Sicuro! Non è forse una grazia questa? Quest’anno ecco invece un’altra grazia. Ieri sono stato a Genova e ho fatto il contratto per l’acquisto del Paverano. Sono quasi due milioni. Non vi spaventate per così poco perché posso dire di averli già in mano…».
Conosceva infatti Angela Solari vedova Queirolo, madre di Luigi,  affermato ingegnere che tra le altre aveva costruito gran parte delle case di salita Sant’Anna. Gravemente malato, gli capita per mano un foglietto propagandistico di un prete che cerca aiuto per i suoi poveri. Chiama la mamma e le dice: «Quando non ci sarò più aiuta questo prete, dagli la mia parte di beni».  La mamma, che aveva già perso tragicamente altri due figli, entrò così nell’orbita di don Orione e gli fu vicino fin dagli inizi della sua attività a Genova, aiutandolo in tutti i modi.  Don Orione poteva sembrare per certi aspetti un rustico, ma aveva un animo sensibilissimo. Al benefattore Tommaso Canepa scriveva: «Voi dovreste venire con me, vicino a me, perché sento il bisogno che preghi con me e mi consigli nel Signore… Vi terrei come un padre…».
Alla notizia della morte della Queirolo da Buenos Aires, il 25 settembre 1936, manda questo telegramma: «Impossibile esprimervi la mia profonda afflizione: come fosse morta mia madre».  Certo aveva bisogno di aiuti, ma sentiva la necessità di un padre e di una madre. Confidandole di non essere stato bene, le scriveva: «In questi giorni che non potevo lavorare e quasi neppure pregare, sa signora Queirolo, che cosa facevo? Leggevo e rileggevo le lettere della Signora Angela Solari Queirolo, madre del Piccolo Cottolengo Genovese, così che posso dire di saperle a memoria, e fin gli a capo, e fin le virgole. Quando ritorno, Lei mi darà l’esame e vedrà che dovrà darmi dieci e lode…».
Gran parte della somma necessaria per l’acquisto dei Paverano gliela diede la Queirolo. Racconta sempre don Orione: «Ero già alla stazione di Genova quando mi raggiunge Sciaccaluga per dirmi che la Signora mi cercava.  Per un attimo ebbi paura che si rimangiasse la promessa che mi aveva fatto di darmi mezzo milione.  Arrivato a casa sua mi dice che, se fossi andato l’indomani, mi avrebbe fatto trovare pronto un milione intero.  Non vi sembra strano che, dopo che acquistiamo un manicomio, dobbiamo anche pagare due milioni? [tutti ridono]».  Quanto mancava all’intera somma gli venne consegnato da un misterioso personaggio che gli lasciò in busta chiusa un’offerta pari a quel che occorreva.
Ricordando la scomparsa della «buona, indimenticabile Madre dei cari poveri, e un po’ anche – un po’ tanto – Madre mia in Cristo».
Il Paverano divenne sede del Piccolo Cottolengo Genovese che continua la sua storia di bene, adattandosi alle esigenze dei tempi e contando sempre sulla generosità dei Genovesi che mai ha deluso.  Più che a un alveare, si potrebbe paragonare il Piccolo Cottolengo a un formicaio.  Certo ci sono state e ci sono tuttora persone di una generosità grandiosa, addirittura intere famiglie di insigni benefattori, ma il Cottolengo si regge sui gesti di una fiumana di gente semplice che vuol dividere col bisognoso i suoi beni. Inoltre, don Orione ha probabilmente appreso dall’animo genovese l’arditezza dei progetti unita alla concretezza del metodo.
Nel mondo orionino non esiste forse una struttura grande ed articolata come quella genovese.  Abbiamo più volte parlato dell’avv.to Boggiano Pico che diede alla nascente Congregazione della Piccola Opera della Divina Provvidenza il supporto giuridico. E i signori Canepa, Gambaro, Ravano, Dufour, Odero e altre persone ancora, esperte nel campo degli affari e dell’industria. C’è poi una miriade di professionisti che hanno voluto bene a don Orione. Da costoro egli apprese l’arte dell’alpinista: finché non ti senti sicuro col primo piede, non muovere il secondo.  A capo della grandiosa struttura del Cottolengo Genovese don Orione mise subito un Genovese: il rag. Enrico Sciaccaluga, divenuto in seguito suo sacerdote e primo economo generale dell’Opera. Aveva due occhietti dai quali sprizzava furbizia e intraprendenza.  La dote comune a don Orione e a don Sciaccaluga, e che forse si sta perdendo, era l’arte di rendere partecipi i benefattori, al punto che questi pensavano di essere stati, quali erano realmente, gli artefici di tanto bene.
Diceva don Orione, e lo sapeva bene Sciaccaluga: «Quelli che dicono che don Bosco e il Cottolengo fossero contenti di far debiti non sanno quel che dicono o non dicono tutto.  Non è vero che essi fossero contenti nel far debiti, no! Detta la cosa così, debbo dire che non è proprio vero.  Essi sapevano distinguere molto bene, con santa saggezza, tra debito e debito.  Figlioli miei in Gesù Cristo crocifisso, vogliate credere alla mia dolorosa esperienza: non fate debiti specialmente con le banche».
Il Piccolo Cottolengo interpretò egregiamente i tempi e tenne sempre aperte le sue porte alle necessità dei fratelli e delle sorelle. Seppe industriarsi in tutti i modi per attraversare momenti difficili, ricorrendo anche alle residue risorse fisiche e morali dei propri assistiti.  Sull’esempio della Piccola Casa, l’immensa istituzione voluta da San Giuseppe Cottolengo a Torino, attrezzò l’istituto di forno, pastificio, reparto tessile e di maglieria, sartoria e tutte le attività che rendono autosufficiente una struttura del genere.  Nel campo medico non fu da meno.  Si arrivò alla sala chirurgica, a quella radiologica e di analisi chimica.  I ricoverati, allora non si vergognavano di chiamarsi così, si rendevano utili in tutti i modi. Ognuno diventava per l’altro e braccio e occhio e orecchio e piede e lingua.
I tempi cambiano, le esigenze si moltiplicano.  Qualcuno mostra perplessità per i lavori svolti in continuazione e che qualche volta sostituiscono o modificano ambienti da poco riattati.  Quel che prima andava bene ora non va più; quel che prima bastava e avanzava, ora non basta più.  Norme severe di igiene, di sicurezza, e altre non definibili, obbligano strutture come queste a un adeguamento continuo.

dal libro: Le mani della Provvidenza