Prendersi cura del cuore

La contrapposizione “mani-cuore” e “labbra-cuore” è un atteggiamento tipico della debolezza umana di tutti i tempi, che non lascia immune nessuno. Gesù la stigmatizza forte anche ai suoi tempi addossandola soprattutto ai Farisei, ma ci dobbiamo fare i conti continuamente anche noi cristiani e direi ogni persona, non solo nei confronti di Dio ma anche nei rapporti interpersonali.

Avendo visto che i suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate, alcuni Scribi e Farisei si rivolgono a Gesù: perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure? Ipocriti, risponde loro Gesù, bene ha profetato Isaia di voi: questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me, invano mi rendono culto.

La questione posta da Gesù non è di tipo igienico o alimentare che poteva avere la sua importanza per quei popoli orientali in un clima molto caldo, ma riguarda il vero culto a Dio, che non poteva allora, e non può essere ora, ridotto a riti esteriori senza un reale coinvolgimento interiore.

Dio non chiede i nostri digiuni o le nostre formule di preghiera ma il nostro animo, il cuore dice meglio la Scrittura. Il cuore non è la sede del sentimento come lo intendiamo noi oggi, ma nel mondo ebraico è la mente, la sede della volontà, della personalità, là dove facciamo le nostre scelte, la sede della interiorità e della coscienza. È l’impegno morale che si impone. Quindi non una semplice opinione personale di comodo ma implica la mia responsabilità e decisione. Giustamente può dire: tutto il vostro culto, tutta la vostra religiosità è soltanto una facciata esterna, ma sono altri i vostri interessi.

Senza questo rapporto tra fede e vita, tra culto e vita, tra interiorità e legalità la fede rischia di essere come “sospesa”, pura teoria, se non si traduce in fonte di vita, se non ha nulla da dire circa l’uso della nostra libertà per esempio, circa le relazioni con gli altri, il lavoro, l’uso del denaro, del tempo. L’ impegno morale non è l’osservanza esteriore di una legge estrinseca, fuori di noi, che si aggiunge come un peso. Se non viene da una convinzione profonda interiore, se non è inserita nella vita, allora si cade nel tanto deplorato moralismo o formalismo tipico dei farisei di tutti i tempi. La frontiera tra morale e immorale non passa attraverso le mani lavate ma attraverso il cuore che è appunto il mondo interiore dell’uomo, la sua coscienza.

Questo vuol far capire Gesù: quello che determina il rapporto con Dio non è qualcosa di esterno all’uomo, e neanche riguarda il culto, ma sono tutti i cattivi atteggiamenti che fanno male agli altri.

Per farsi capire meglio cita una specie di proverbio: non c’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui possa contaminarlo, sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo. Il problema non è fuori dell’uomo, le mani non lavate o le carni suine, ma è dentro, perché il male è dentro l’uomo e l’uomo ne è responsabile. Un elenco certo non esaustivo di comportamenti peccaminosi e deleteri che producono sempre sofferenza e morte, divisioni e lotte, emarginazioni, sprechi, povertà, violenze fisiche e psichiche.

“Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male, dice: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”.

L’insistenza è su ciò che genera questi comportamenti, che non sono il semplice risultato di circostanze esterne indipendenti da noi, ma è appunto il cuore, la volontà umana. È in questione la nostra libertà. Inutile rifugiarsi dietro l’osservanza di leggi o comandi di altre autorità umane per scappare dalle nostre responsabilità personali o per giustificare i nostri comportamenti errati e cattivi. Così come è inutile , sappiamo, rifugiarci in un atto di culto in chiesa ma per scappare da un altro dovere impellente che ci pesa di più, per esempio verso il prossimo.

Allora la conversione di cui abbiamo bisogno è quella della formazione della coscienza, il profondo di noi stessi, dove coltiviamo i pensieri e i desideri, le valutazioni e le preferenze.

Prenderci cura del cuore, perché siamo stati fatti capaci di distinguere il bene dal male, e questo non solo per non danneggiare gli altri ma anche per non ingannare se stessi.

Nessuno deve strapparci la nostra interiorità, è il dono più grande che abbiamo come persone umane, e solo noi possiamo averne cura. E a noi credenti in Gesù Cristo, familiarizzando con la sua parola, è stato dato anche di poterla vivere e sostenere in Lui. Misurandola su di lui possiamo facilitare il nostro modo di giudicare e valutare le cose. “Signore liberaci dalla tentazione oggi imperante del conformismo”: questa è la preghiera sempre necessaria.

d.g.m.